🐂 Il drastico calo dell’allevamento del manzo in Europa: un patrimonio che rischia di scomparire
Negli ultimi decenni, l’allevamento del manzo in Europa ha subito un declino profondo e sistemico. Non solo il numero di aziende agricole si è dimezzato, ma anche il numero complessivo dei capi bovini è in costante diminuzione. Le ragioni sono molteplici: la chiusura progressiva delle piccole realtà rurali, l’assenza di ricambio generazionale e, sempre più frequentemente, l’esportazione di bestiame vivo verso paesi come il Libano o il Sud Africa, disposti a pagare prezzi superiori rispetto al mercato interno.
Un settore un tempo pulsante di vita, radicato nella cultura e nell’economia locale, rischia oggi di scomparire sotto il peso di politiche agricole inadeguate, logiche di mercato aggressive e disinteresse istituzionale.
Le cause di un declino annunciato
1. Ricambio generazionale assente
Uno dei nodi più critici è il ricambio generazionale: meno dell’1 % dei gestori agricoli ha meno di 25 anni e solo una minima parte è sotto i 35. I giovani vedono l’allevamento come un’attività economicamente poco attrattiva, sovraccarica di burocrazia e incapace di offrire prospettive stabili. L’accesso alla terra è difficile, gli investimenti iniziali sono onerosi e la concorrenza, spesso sleale, dei grandi allevamenti industriali rende quasi impossibile l’ingresso di nuove forze nel settore.
2. La chiusura delle piccole aziende
Negli ultimi 20 anni, il numero delle aziende agricole che allevano bovini si è più che dimezzato in molti paesi europei. Le piccole imprese agricole faticano a sostenere i costi crescenti di produzione — mangimi, carburanti, servizi veterinari — che spesso superano il prezzo di mercato della carne. Senza il supporto di una rete efficiente di distribuzione e con margini sempre più ridotti, la chiusura diventa l’unica via percorribile per moltissime famiglie contadine.
3. Politiche comunitarie sbilanciate
La Politica Agricola Comune (PAC), che dovrebbe garantire equità e stabilità al comparto, ha finito per favorire in maniera sproporzionata i grandi allevamenti intensivi. Circa l’80 % dei contributi PAC va infatti al 20 % delle aziende agricole più grandi. Questo modello ha alimentato una progressiva concentrazione della produzione, incentivando la quantità piuttosto che la qualità e penalizzando fortemente le aziende di dimensioni ridotte, spesso custodi di pratiche più sostenibili, rispettose del benessere animale e legate al territorio.
Il paradosso degli allevamenti intensivi
Mentre le piccole aziende chiudono, gli allevamenti intensivi crescono, sostenuti da fondi pubblici e da economie di scala che ne riducono i costi di produzione. Tuttavia, questo modello industriale porta con sé conseguenze ambientali e sociali pesanti: consumo eccessivo di risorse idriche, emissioni nocive, impoverimento del suolo e perdita di biodiversità. Senza contare l’alienazione del lavoro agricolo, ridotto a mera catena di montaggio animale.
Paradossalmente, proprio le strutture meno sostenibili sono quelle maggiormente sostenute dai fondi europei, mentre le aziende agricole familiari — che spesso custodiscono varietà locali, tradizioni gastronomiche e paesaggi — vengono lasciate indietro. Continua a leggere




La percezione di questa enorme “ricchezza” ce l’avevo da sempre MA grazie ad un video, trovato casualmente online, di Oscar Farinetti ne ho avuto conferma con NUMERI, DATI veramente impressionanti!


